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Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali

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Le legge Pinto è stata inserita nel nostro ordinamento nel 2001 con la legge n° 89, lo scopo era adeguare la normativa italiana alla Convenzione Europea per la salvaguardia dei Diritti dell’Uomo e delle libertà fondamentali. Tale legge risponde alle critiche ricevute per la durata eccessiva dei processi in Italia, tale da costituire violazione delle libertà fondamentali.
La legge Pinto, modificata con il decreto legge 83 del 2012, convertito in legge con L. 134 del 2012, prevede il diritto all’equa riparazione ogniqualvolta vi sia lesione del diritto alla ragionevole durata del processo. Viene con questa colmato un vuoto legislativo importante perché rende interno il principio e l’azionabilità del diritto alla ragionevole durata del processo, evitando così il ricorso alla Corte Europea dei diritti dell’Uomo, ecco uno studio legale specializzato in questo.

Cosa stabilisce la Legge Pinto?

La legge Pinto stabilisce che, chiunque abbia avuto danni patrimoniali o non patrimoniali dovuti all’irragionevole durata dei processi, può agire per ottenere un equo indennizzo. Già da questa introduzione si intuisce che è necessario vi siano dei presupposti per poter agire ed un nesso causale tra il danno e la durata del processo. Non finisce qui perché vi sono delle esimenti, cioè la durata irragionevole deve essere valutata anche in base al comportamento delle parti, alla complessità del caso, al comportamento del giudice e delle Autorità eventualmente coinvolte. Le modifiche del 2012 tipizzano i casi in cui non vi è diritto al risarcimento ed in particolare, non può richiederlo la parte soccombente condannata per lite temeraria, nel caso in cui la domanda sia stata accolta in misura non superiore a quella conciliativa, nel caso in cui il giudizio finale corrisponda alla proposta conciliativa, in caso di estinzione del reato a causa delle misure dilatorie messe in atto dalla parte e ogniqualvolta vi sia stato un abuso dei poteri processuali tale da dilatare i tempi del processo. E’ bene sottolineare che molte critiche sono state rivolte a tali modifiche perché hanno di fatto svuotato la norma di parte del contenuto e limitato la ricoribilità per eccessiva durata del processo.

Cosa si intende per durata equa?

La Corte Europea ha ritenuto possa parlarsi di durata ragionevole quando il primo grado, dall’atto introduttivo all’atto finale, non abbia una durata superiore a tre anni, mentre l’intero procedimento non dovrebbe avere durata superiore ai 4 anni. Si tratta però di limiti temporali ripresi dall’ordinamento italiano solo per il primo grado di giudizio, mentre ritiene si superi la durata ragionevole in secondo grado dopo due anni e dopo un anno per i gradi successivi. I termini sono di volta in volta discrezionalmente valutabili in base ai canoni prima esposti.
Passando invece al danno, è stabilito che il danno patrimoniale debba essere provato dalla parte mentre per quanto riguarda il danno non patrimoniale, ad esempio il patema d’animo o il danno di immagine subito a causa dell’eccessivo dilungarsi del processo, la giurisprudenza italiana ha affermato che non vi è obbligo probatorio ed il giudice debba riconoscerlo ogni volta in cui l’amministrazione giudiziaria non riesca a confutare tale riconoscimento.
In questo particolare procedimento i convenuti sono il Ministro della Giustizia, il Ministro dell’Economia e delle Finanze in caso di processo tributario, il Ministro della Difesa in caso di procedimenti militari, infine, resta la possibilità di chiamare in giudizio il Presidente del Consiglio nel caso in cui sia coinvolta la giustizia amministrativa. Il ricorso deve essere proposto davanti alla Corte di Appello del distretto in cui ha sede il giudice competente, così come individuato in base alle disposizioni dell’articolo 11 del codice di procedura penale. Il giudice può decidere inaudita altera parte, ovvero senza sentire i convenuti.
Molti esperti di diritto hanno criticato la legge Pinto in quanto da sola senza alcuna riforma del sistema giudiziario, o comunque un’integrazione del personale addetto all’amministrazione della giustizia, si trasformava in una sorta di indennizzo generalizzato, vista l’impossibilità di rispettare i tempi. A ciò va incontro la Riforma del processo civile voluta di recente dal governo Renzi (D.L 132 del 2014 convertito in legge con L. 262 del 2014), questa prevede la possibilità di far riferimento alla conciliazione arbitrale, alleggerendo così il carico dei tribunali.